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Anpi news | | Carlo Smuraglia* |
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La sentenza della Corte Costituzionale relativa alla legge elettorale
costituisce un colpo (quasi) mortale alla credibilità dei partiti.
Quasi otto anni, trascorsi nella diffusa affermazione che il “porcellum”
era una vera porcheria, ma soprattutto privava i cittadini di una parte
della sovranità popolare garantita dalla Costituzione e nella
altrettanto diffusa negligenza e indifferenza verso quella che doveva
essere una più che doverosa ricerca di una soluzione rapida ed efficace.
Otto anni di chiacchiere al Senato, di promesse, di impegni, andati
assolutamente a vuoto. Qualche sciocco si è unito al (giusto) coro di
protesta, contro una situazione del genere, cercando di coinvolgere
nell’incredibile ritardo anche la Corte Costituzionale; dimenticando che
la Corte non può decidere >motu proprio <sull’illegittimità di
una legge, ma può farlo solo quando è investita della questione da parte
di uno degli organismi competenti e legittimati a sollevarla. Dopo di
che ci sono stati anche dei mesi di silenzio, attribuibile in parte ai
complessi e difficili nodi da sciogliere ed in parte anche alla speranza
che la politica si decidesse a risolvere un problema che era, ed è, in
realtà, tutto politico. In questi tempi (normali) la Corte ha fatto
quello che doveva, resistendo alle pressioni di chi voleva ancora un
rinvio e deludendo (giustamente) le speranze di chi voleva una decisione
“politica” e non di legittimità costituzionale.
Lasciamo dunque le responsabilità a coloro cui spettano, sperando che
comprendano finalmente la gravità di quanto è accaduto, delle
responsabilità che si sono assunti e del baratro che, ancora una volta,
si è aperto tra cittadini e partiti.
E adesso? Personalmente, non ho dubbi sul fatto che la sentenza della
Corte Costituzionale sia giusta, sul piano giuridico-costituzionale, ed
efficace, nei limiti cui le sentenze del genere debbono sottostare.
Niente retroattività, per il principio – assolutamente pacifico – della
continuità dello Stato, ribadito, anche in questi giorni da
costituzionalisti di rilievo; efficacia reale, a partire dal momento del
deposito della motivazione. Il che significa che non è in discussione
il Parlamento, né alcune delle istituzioni come tali, mentre dubbi ed
opinioni diverse si sono profilati, anche tra i giuristi, per ciò che
attiene alla posizione dei parlamentari eletti in base al premio di
maggioranza e non ancora convalidati dai competenti organi del
Parlamento. A dire la verità, non si capisce perché questa convalida (si
trattava solo della presa d’atto di un’elezione avvenuta in base ad una
legge vigente) non sia stata fatta; il Parlamento aveva altro da fare?
Oppure, qualcuno ha cercato di differire questa convalida, per ragioni
che sarebbero ancor meno comprensibili. La convalida è uno dei primi
atti che si dovrebbero compiere, in tempi rapidissimi, proprio per
garantire la regolare costituzione delle Assemblee parlamentari. Ma,
poiché in questo Paese tutto può accadere, di fatto siamo a questo
punto. E se ci fosse logica, buon senso e buona fede (tutta merce rara,
di questi tempi) non ci dovrebbero essere esitazioni a procedere subito
alla convalida, per eliminare ogni dubbio, prima che le motivazioni
della Corte vengano depositate. Se non lo si farà, vorrà dire che c’è
qualcuno che sta giocando allo sfascio e pensa di trarre vantaggio da
una pur evitabile situazione di caos. Io continuo a sperare, che questo
non avvenga, per il bene del Paese. E continuo a condividere con diversi
costituzionalisti l’opinione che in realtà basti la proclamazione,
fatta a suo tempo, a garantire la permanenza anche di questi
parlamentari, fino allo scioglimento delle Camere.
Fin qui, gli aspetti giuridici, che precludono tutti quei discorsi di
delegittimazione di questo e di quello, spesso senza motivazioni che
abbiano un minimo di fondamento.Restano, però, gli aspetti soprattutto
“politici” e non solo per il giudizio severo che ho già espresso nella
prima parte di questa nota, ma anche perché sarebbe giusto aspettarsi
che chi è in Parlamento e al Governo si rendesse conto che, invece, di
una crisi di legittimazione, sul piano politico, è più che giusto
parlare. Alla fine, Parlamento e Governo restino pure in carica, in base
al principio di continuità, ma si rendano conto che nulla può essere
come prima e soprattutto che non si può fare finta di nulla. Il che
implica anche serie valutazioni di opportunità politica (in senso
buono).
Nessuno potrà obiettare se ci si deciderà a varare, al più presto, una
legge elettorale, quale che sia (non voglio entrare nel merito delle
varie opzioni possibili), purché essa corrisponda all’interesse dei
cittadini ed a loro restituisca ciò che da otto anni gli è stato tolto.
Ugualmente, non si potranno fare obiezioni se si approverà rapidamente
la legge di stabilità e se il Governo metterà in pista quei
provvedimenti da tutti richiesti, che mirano a risolvere la grave
emergenza sociale in cui versa il Paese.
Al di là di questo, il problema della delegittimazione politica si porrà
in tutta la sua essenza e gravità. Sembra, però, che non se ne rendano
conto quando alcuni esponenti politici di rilievo parlano e discettano
sulle riforme che bisogna fare, a partire da quella della giustizia
(quale?) e da quelle cui si faceva riferimento nello sciagurato disegno
di legge costituzionale che intendeva modificare l’art. 138 della
Costituzione, indicando percorsi, costituendo organismi e definendo
contenuti assolutamente al di fuori di quanto previsto dalla
Costituzione vigente.
Si accorgono, costoro, che è un vero paradosso che organismi
politicamente delegittimati mettano mano addirittura alla Costituzione? E
non lo dico solo pensando al disegno di legge costituzionale sulla
istituzione di una speciale Commissione per le riforme, ma anche a ogni
disegno di legge che, pur rispettando l’art. 138, volesse avviare,
specificamente, singole modifiche, ritenute essenziali, urgenti e
mature.
Sotto il primo profilo, è ovvio che non si dovrebbe neppure pensare alla
possibilità di sottoporre al voto della Camera (l’ultimo della serie)
quel disegno costituzionale, già tanto discusso e criticato in quanto
ingiustamente e illegittimamente derogatorio rispetto alle normali
procedure previste dall’art. 138; spero che sia così e che quel cammino,
anche se in parte già percorso, nel silenzio diffuso della stampa e in
una incredibile arrendevolezza di alcuni gruppi parlamentari di
maggioranza, venga finalmente avviato sul binario morto.
Ma riterrei necessaria anche una seria riflessione su quello che
qualcuno ha definito “il piano B” e cioè procedere, per via ordinaria (e
dunque nell’ambito dell’art. 138) a due o tre riforme costituzionali,
sulle quali risulterebbe già una sufficiente maturazione ed una
sostanziale intesa, cioè diminuzione del numero dei parlamentari;
differenziazione del lavoro delle due Camere (io preferisco questa
formula rispetto a quella della “eliminazione del Senato”, perché non
sono affatto convinto che quest’ultima sia la soluzione migliore, per
evitare il “bicameralismo perfetto”); e infine, per qualcuno, il
riassestamento del sistema delle autonomie e per altri, spero pochi, le
riforme della giustizia, intendendo per tali non quelle che mirano a
risolvere la crisi della giustizia senza richiedere interventi sulla
Costituzione, ma quelle che finiscono per puntare le armi contro
l’indipendenza e l’autonomia della Magistratura.
Ebbene, anche su questo piano, il problema della “legittimazione
politica” si pone, seriamente; a meno che si dimostri che le forze
politiche – anche le più diverse – sono compatte sulle concrete
soluzioni e sull’urgenza di provvedere; del che, francamente, c’è da
dubitare, quando dalle affermazioni di principio si passa all’esame
analitico dei singoli problemi che si pongono. Ho già accennato ai miei
dubbi sul modo di differenziare il lavoro delle Camere: ci sono molte
soluzioni possibili e non traumatiche; ma quella della “abolizione del
Senato” o della trasformazione in “Senato delle autonomie” è proprio la
più discussa (e discutibile). E dunque è il caso che un tema del genere
sia affrontato da questo Parlamento? Tutto questo significa che non
deponiamo le armi, ma restiamo vigili e attenti a ciò che accade; pronti
a manifestare la nostra indignazione e la nostra protesta se le forze
politiche non dimostreranno di aver capito la lezione e soprattutto di
aver compreso la potenza dello “schiaffo” ricevuto dal massimo organo di
garanzia costituzionale.
Il nostro “presidio” resta in piedi, pronto a scattare non appena vi
fossero notizie allarmanti, in una qualsiasi delle direzioni che sopra
abbiamo paventato.
E siamo certi che non saremo soli, perché dalle prime dichiarazioni,
provenienti anche da Associazioni “amiche”, abbiamo raccolto concetti ed
idee assai vicine alle nostre.
Tutta la nostra Associazione resta dunque mobilitata, in tutti i suoi
organismi (Comitati provinciali, coordinamenti regionali, sezioni), per
impegnarsi – come sempre – contro ogni tentativo di andare per strade
diverse da quelle indicate dalla Costituzione ed oggi, anche per
implicito, dalla stessa Corte Costituzionale.
*Carlo Smuraglia – presidente nazionale ANPI