giovedì 12 dicembre 2013

La lezione di Rodotà sui “diritti” costituzionali

12 dicembre 2013
Nicola Cicciarelli
fotoRodotàAd accogliere Stefano Rodotà questa mattina all’Università di Bari è una gremitissima aula “Aldo Moro” nel Dipartimento di Giurisprudenza. L’occasione è stata la lezione conclusiva del corso di Sociologia del Diritto del prof. Pannarale, a cui hanno partecipato studenti di tutte le facoltà e cittadini che non sono all’Università. Segno che la discussione sui diritti appassiona e aggrega.
Il problema resta però sempre lo stesso e lo sottolinea lo stesso Rodotà nel suo intervento: non si vede una classe sociale che sia in grado di portare avanti la rivendicazione dei diritti. Una classe come quella operaia degli anni ’70 che ha consentito l’approvazione di leggi fiore all’occhiello dell’Italia nel mondo:  la riforma del diritto di famiglia, la sanità pubblica, lo Statuto dei Lavoratori per citarne alcune.
“Allora era il Parlamento a realizzare il cambiamento” afferma Rodotà. Ora sono i giudici a segnare la strada di riforme necessarie a modernizzare lo Stato. Rodotà fa degli esempi, primo fra tutti il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. La Corte di Cassazione nel 2012 ha definito, infatti, come “radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico della stessa esistenza del matrimonio” basandosi su una pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2010.
Il sentiero è tracciato anche per la legge del 2004 sulla fecondazione assistita, in più punti dichiarata incostituzionale, o per la rappresentanza sindacale. Pochi mesi fa la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità proprio dell’articolo dello Statuto dei Lavoratori sulla rappresentanza sindacale nella parte in cui non prevede che la stessa  “sia costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti  dei lavoratori dell’azienda”, ponendo fine alla posizione di forza dei sindacati firmatari di contratti aziendali, inevitabilmente scelti dal datore di lavoro. La stessa contrattazione aziendale con l’art. 8 del D.L. 138/2011 è in grado di derogare le previsioni legislative.
“L’attuale stato dei diritti in Italia è insoddisfacente”: afferma Rodotà dopo questo elenco di “inadempimenti” del legislatore. Ma c’è una soluzione? Secondo il costituzionalista sì e non può che essere un recupero totale della dimensione costituzionale, dato che uno dei limiti della discrezionalità politica del legislatore è proprio il controllo di costituzionalità. L’altro è contenuto nell’ultima parte dell’articolo 32 della Costituzione: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
I diritti costituzionali quindi sono l’unica bussola della politica, si potrebbe riassumere. All’obiezione sui doveri che tanto impera nella realtà attuale, Rodotà risponde subito nel suo intervento: la dimensione dei doveri è insita nel cittadino e nella Repubblica. Lo status giuridico di cittadino porta con sé una relazione istituzionale con gli altri e quindi doveri verso gli altri. Mentre per la Repubblica vale il combinato disposto dell’articolo 3 secondo comma e del 117 della Costituzione: l’obbligo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale per consentire la partecipazione di tutti i lavoratori alla vita pubblica spetta a tutte le articolazioni della Repubblica: dallo Stato ai comuni.

mercoledì 11 dicembre 2013

Sciopero Forconi, Cgil: "Tentate irruzioni nelle sedi". Scontri a Torino e Milano - Il Fatto Quotidiano

E' gravissimo quello che sta succedendo!
Sciopero Forconi, Cgil: "Tentate irruzioni nelle sedi". Scontri a Torino e Milano - Il Fatto Quotidiano

Diego Fusaro "Sovranità ed egemonia del politico sull'economico" - Eur...

Anpi news Sentenza Consulta: nulla può essere più come prima 11 dicembre 2013 -

Anpi news  
 Carlo Smuraglia*
ANPILa sentenza della Corte Costituzionale relativa alla legge elettorale costituisce un colpo (quasi) mortale alla credibilità dei partiti. Quasi otto anni, trascorsi nella diffusa affermazione che il “porcellum” era una vera porcheria, ma soprattutto privava i cittadini di una parte della sovranità popolare garantita dalla Costituzione e nella altrettanto diffusa negligenza e indifferenza verso quella che doveva essere una più che doverosa ricerca di una soluzione rapida ed efficace. Otto anni di chiacchiere al Senato, di promesse, di impegni, andati assolutamente a vuoto. Qualche sciocco si è unito al (giusto) coro di protesta, contro una situazione del genere, cercando di coinvolgere nell’incredibile ritardo anche la Corte Costituzionale; dimenticando che la Corte non può decidere >motu proprio <sull’illegittimità di una legge, ma può farlo solo quando è investita della questione da parte di uno degli organismi competenti e legittimati a sollevarla. Dopo di che ci sono stati anche dei mesi di silenzio, attribuibile in parte ai complessi e difficili nodi da sciogliere ed in parte anche alla speranza che la politica si decidesse a risolvere un problema che era, ed è, in realtà, tutto politico. In questi tempi (normali) la Corte ha fatto quello che doveva, resistendo alle pressioni di chi voleva ancora un rinvio e deludendo (giustamente) le speranze di chi voleva una decisione “politica” e non di legittimità costituzionale.
Lasciamo dunque le responsabilità a coloro cui spettano, sperando che comprendano finalmente la gravità di quanto è accaduto, delle responsabilità che si sono assunti e del baratro che, ancora una volta, si è aperto tra cittadini e partiti.
E adesso? Personalmente, non ho dubbi sul fatto che la sentenza della Corte Costituzionale sia giusta, sul piano giuridico-costituzionale, ed efficace, nei limiti cui le sentenze del genere debbono sottostare. Niente retroattività, per il principio – assolutamente pacifico – della continuità dello Stato, ribadito, anche in questi giorni da costituzionalisti di rilievo; efficacia reale, a partire dal momento del deposito della motivazione. Il che significa che non è in discussione il Parlamento, né alcune delle istituzioni come tali, mentre dubbi ed opinioni diverse si sono profilati, anche tra i giuristi, per ciò che attiene alla posizione dei parlamentari eletti in base al premio di maggioranza e non ancora convalidati dai competenti organi del Parlamento. A dire la verità, non si capisce perché questa convalida (si trattava solo della presa d’atto di un’elezione avvenuta in base ad una legge vigente) non sia stata fatta; il Parlamento aveva altro da fare? Oppure, qualcuno ha cercato di differire questa convalida, per ragioni che sarebbero ancor meno comprensibili. La convalida è uno dei primi atti che si dovrebbero compiere, in tempi rapidissimi, proprio per garantire la regolare costituzione delle Assemblee parlamentari. Ma, poiché in questo Paese tutto può accadere, di fatto siamo a questo punto. E se ci fosse logica, buon senso e buona fede (tutta merce rara, di questi tempi) non ci dovrebbero essere esitazioni a procedere subito alla convalida, per eliminare ogni dubbio, prima che le motivazioni della Corte vengano depositate. Se non lo si farà, vorrà dire che c’è qualcuno che sta giocando allo sfascio e pensa di trarre vantaggio da una pur evitabile situazione di caos. Io continuo a sperare, che questo non avvenga, per il bene del Paese. E continuo a condividere con diversi costituzionalisti l’opinione che in realtà basti la proclamazione, fatta a suo tempo, a garantire la permanenza anche di questi parlamentari, fino allo scioglimento delle Camere.
Fin qui, gli aspetti giuridici, che precludono tutti quei discorsi di delegittimazione di questo e di quello, spesso senza motivazioni che abbiano un minimo di fondamento.Restano, però, gli aspetti soprattutto “politici” e non solo per il giudizio severo che ho già espresso nella prima parte di questa nota, ma anche perché sarebbe giusto aspettarsi che chi è in Parlamento e al Governo si rendesse conto che, invece, di una crisi di legittimazione, sul piano politico, è più che giusto parlare. Alla fine, Parlamento e Governo restino pure in carica, in base al principio di continuità, ma si rendano conto che nulla può essere come prima e soprattutto che non si può fare finta di nulla. Il che implica anche serie valutazioni di opportunità politica (in senso buono).
Nessuno potrà obiettare se ci si deciderà a varare, al più presto, una legge elettorale, quale che sia (non voglio entrare nel merito delle varie opzioni possibili), purché essa corrisponda all’interesse dei cittadini ed a loro restituisca ciò che da otto anni gli è stato tolto.
Ugualmente, non si potranno fare obiezioni se si approverà rapidamente la legge di stabilità e se il Governo metterà in pista quei provvedimenti da tutti richiesti, che mirano a risolvere la grave emergenza sociale in cui versa il Paese.
Al di là di questo, il problema della delegittimazione politica si porrà in tutta la sua essenza e gravità. Sembra, però, che non se ne rendano conto quando alcuni esponenti politici di rilievo parlano e discettano sulle riforme che bisogna fare, a partire da quella della giustizia (quale?) e da quelle cui si faceva riferimento nello sciagurato disegno di legge costituzionale che intendeva modificare l’art. 138 della Costituzione, indicando percorsi, costituendo organismi e definendo contenuti assolutamente al di fuori di quanto previsto dalla Costituzione vigente.
Si accorgono, costoro, che è un vero paradosso che organismi politicamente delegittimati mettano mano addirittura alla Costituzione? E non lo dico solo pensando al disegno di legge costituzionale sulla istituzione di una speciale Commissione per le riforme, ma anche a ogni disegno di legge che, pur rispettando l’art. 138, volesse avviare, specificamente, singole modifiche, ritenute essenziali, urgenti e mature.
Sotto il primo profilo, è ovvio che non si dovrebbe neppure pensare alla possibilità di sottoporre al voto della Camera (l’ultimo della serie) quel disegno costituzionale, già tanto discusso e criticato in quanto ingiustamente e illegittimamente derogatorio rispetto alle normali procedure previste dall’art. 138; spero che sia così e che quel cammino, anche se in parte già percorso, nel silenzio diffuso della stampa e in una incredibile arrendevolezza di alcuni gruppi parlamentari di maggioranza, venga finalmente avviato sul binario morto.
Ma riterrei necessaria anche una seria riflessione su quello che qualcuno ha definito “il piano B” e cioè procedere, per via ordinaria (e dunque nell’ambito dell’art. 138) a due o tre riforme costituzionali, sulle quali risulterebbe già una sufficiente maturazione ed una sostanziale intesa, cioè diminuzione del numero dei parlamentari; differenziazione del lavoro delle due Camere (io preferisco questa formula rispetto a quella della “eliminazione del Senato”, perché non sono affatto convinto che quest’ultima sia la soluzione migliore, per evitare il “bicameralismo perfetto”); e infine, per qualcuno, il riassestamento del sistema delle autonomie e per altri, spero pochi, le riforme della giustizia, intendendo per tali non quelle che mirano a risolvere la crisi della giustizia senza richiedere interventi sulla Costituzione, ma quelle che finiscono per puntare le armi contro l’indipendenza e l’autonomia della Magistratura.
Ebbene, anche su questo piano, il problema della “legittimazione politica” si pone, seriamente; a meno che si dimostri che le forze politiche – anche le più diverse – sono compatte sulle concrete soluzioni e sull’urgenza di provvedere; del che, francamente, c’è da dubitare, quando dalle affermazioni di principio si passa all’esame analitico dei singoli problemi che si pongono. Ho già accennato ai miei dubbi sul modo di differenziare il lavoro delle Camere: ci sono molte soluzioni possibili e non traumatiche; ma quella della “abolizione del Senato” o della trasformazione in “Senato delle autonomie” è proprio la più discussa (e discutibile). E dunque è il caso che un tema del genere sia affrontato da questo Parlamento? Tutto questo significa che non deponiamo le armi, ma restiamo vigili e attenti a ciò che accade; pronti a manifestare la nostra indignazione e la nostra protesta se le forze politiche non dimostreranno di aver capito la lezione e soprattutto di aver compreso la potenza dello “schiaffo” ricevuto dal massimo organo di garanzia costituzionale.
Il nostro “presidio” resta in piedi, pronto a scattare non appena vi fossero notizie allarmanti, in una qualsiasi delle direzioni che sopra abbiamo paventato.
E siamo certi che non saremo soli, perché dalle prime dichiarazioni, provenienti anche da Associazioni “amiche”, abbiamo raccolto concetti ed idee assai vicine alle nostre.
Tutta la nostra Associazione resta dunque mobilitata, in tutti i suoi organismi (Comitati provinciali, coordinamenti regionali, sezioni), per impegnarsi – come sempre – contro ogni tentativo di andare per strade diverse da quelle indicate dalla Costituzione ed oggi, anche per implicito, dalla stessa Corte Costituzionale.
*Carlo Smuraglia – presidente nazionale ANPI

Forconi, Tensione a Milano

Renzi segretario Pd: s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra scompare il Pd

Volutamente ho spento tv e radio e ogni altro strumento o grancassa per non sentire il peana di giubilo per la vittoria del Ronzino de Firenze, o se volte, la parodia di Crozza. Invece di esultare, oggi la sinistra deve fare penitenza e piangere la propria fine. Seppellito Berliguer, ri-sequestrato Moro e la loro lungimiranza, ora «tutto è compiuto». Nasce il «partito secondo Matteo». Quale sia questo partito, lo sappiamo bene e possiamo parafrasarlo poeticamente con il grande genovese Eugenio Montale che, nel 1923, mentre nasceva il fascismo, immaginava incosciamente l’ascesa di Renzi/Crozza negli indimenticabili versi di ‘Ossi di seppia’:
 «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»
Nessun mondo nuovo si apre il 9 dicembre 2013, ma solo un repulisti di una classe dirigente assassina di un partito che non meritava di morire renziano, cioè peggio che democristiano doroteo. La storta e secca sillaba come un ramo è la coscienza di un popolo tradito che, per non annegare nella melma, si è aggrappata al suo affossatore perché Renzi non è mai stato né mai sarà un uomo della «Sinistra» e non avrà mai un programma di popolo, ma è il frutto maturo del virus berlusconista che ha contagiato la ex sinistra e che ora la fagocita.
Il plebiscito in favore di Renzi/Fonzie è in verità il suo seppellimento e a tutti i miei ex amici pidini oggi questo posso dire, / ciò che non sono, ciò che non voglio né mai sarò. Lo avete voluto, godetevelo e non ne parliamo più. Il trionfo si tramuterà in sfacelo e chi lo ha votato, ancora una volta, per colpa dei vecchi marpioni, ha scelto il proprio suicidio di massa. Ora Berlusconi può respirare un po’ perché avrà buon gioco nel dire che il programma di Fonzie/Renzi è uguale al suo.
Certo nei primi tempi e pubblicamente, Renzi/Crozza farà professione di antiberlusconismo, come i torturati dall’Inquisizione che, sotto tortura,  avrebbero ammesso qualsiasi cosa, anche che Dio ha sei facce, invece di tre, ma gli allocchi vi cascheranno ancora e continueranno a morire di fame e a credere che gli asini volano. Giovani, se potete, e anche se non potete, andate via da questo paese dove la ex sinistra con un plebiscito ha ucciso il partito di Enrico Berlinguer.
Chi ha votato Renzi/Fonzie/Crozza mi deve spiegare cosa c’è di comune tra questo insulso e inetto giovane vecchio e Berlinguer; tra la sua etica di lotta di classe e il pigiamino borghese di Fonzie/Renzi/Crozza. Ditemi un solo punto di contatto tra Elena Boschi, sempre in tv e senza un pelo fuori posto, che spasima «largo ai giovani» e Nilde Iotti o Tina Anselmi, donna di Resistenza e donna che lottò contro la P2 di Gelli/Berlusconi.
Oggi abbiamo finito di resistere, inizia una nuova Repubblica, anzi un nuovo Stato che non ha nulla a che vedere con la Resistenza e l’Antifascismo. Ancora una volta, nessuno meglio di Montale Eugenio descrive questa situazione surreale, come in ‘Forse un mattino’, da cui si può agevolmente oggi togliere l’avverbio dubitativo «forse» e traformare il verso in «Il mattino tragico è arrivato»:
«Forse un mattino, andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco»
L’8 dicembre sarà scritto a caratteri cubitali nella storia politica d’Italia: il giorno della festa dell’Immacolata è scoppiato il miracolo: l’epifania del nulla che danza sul vuoto di un’assurda inconsistenza. L’«aria di vetro», cioè tersa e limpida della lotta di classe, come criterio di giustizia per la distribuzione del reddito, del valore del lavoro e della dignità della persona, diventano «terrore di ubriaco», cioè barcollante senza mèta e senza più alcun punto di riferimento, se non un lampione spento sulla buia strada. Renzi è l’incertezza totale, l’illusione eretta a sistema per la gioia dei figli borghesi di papà che, oculatamente, non hanno scelto il vecchio e debosciato, ormai decadente e decaduto Berlusconi, ma il giovincello/vecchio anticipato, Renzi/Fonzie, che li farà giocare e li farà assidere alla mensa del potere che non sapranno gestire, ma potranno corrompere, meglio e più di prima.
Onore ai compagni e alle compagne che con il loro voto disperato hanno voluto mandare a casa a calci la nomenklatura inconcludente e becera che ha logorato il Pd, da Veltroni a Bersani, passando per D’Alema, la volpe del tavoliere pugliese, Nobil’Uomo di Sua Santità (ma mi faccia il piacere!), ha affossato la candidatura di Prodi al Quirinale ed è finito per governare con Berlusconi, salvato per ben sei volte dalla morte politica certa.
Onore alle compagne e ai compagni che oggi esultano di esserci riusciti, senza rendersi conto che si sono messi in casa il frutto maturo e più riuscito di Berlusconi: Matteo Renzi, quello che pensa come Berlusconi, ma parla come un ex pidillino. Intanto si prende atto che mafiosi, carrieristi e opportunisti, voltagabbana e troiai sono saliti sul suo carro in attesa di spuntare un posto al sole o almeno uno strapuntino.
Le compagne e i compagni si sono lasciati incantare dalle parole (ci cascano sempre!, non c’è verso), e non hanno prestato attenzione al modo e alla logica del pensiero. Pazienza, se ne accorgeranno, ma quando capiranno, non sarà più troppo tardi; sarà impossibile perché regnerà la pace del cimitero. Requiem, Pd. Una prece (breve).
Non mi resta che aspettare gli eventi, osservando impotente le macerie di cui siamo stati tutti complici e vittime. Avvenga ciò deve, perché «tutto deve compiersi»: non c’è, infatti, rinascita, se non dalle ceneri. Un mondo vecchio sta crollando con due becchini adeguati alla bisogna: un Berlusconi patetico e pietoso con Dudù e un Berlusconino saccente e ignorante che parla sempre senza dire niente. E’ la teoria degli opposti che si toccano, anzi che coincidono. W l’Italiota! Senza di me.

domenica 8 dicembre 2013

Convegno “L’Euro contro l’Europa? La moneta unica di fronte alla crisi globale”

http://www.radioradicale.it/node/6094825

Dopo una prolusione del filosofo marxiano Diego Fusaro (Università San Raffaele di Milano) sul tema “Sovranità ed egemonia del politico sull’economico”, e un intervento del Presidente dell’Eurispes Gianmaria Fara sul tema “Euro, Europa e crisi italiana”, gli economisti Alberto Bagnai (Università Gabriele d’Annunzio di Pescara), Jacques Sapir (EHESS di Parigi) e Brigitte Granville (Queen Mary University di Londra, economic advisor del ministero delle finanze russo nella fase di smantellamento dell’area del rublo) esporranno le loro analisi sui costi e benefici di un possibile superamento della moneta unica e sulle implicazioni per gli equilibri politici fra i paesi membri. Conclude il convegno la tavola rotonda sul tema “Sovranità e solidarietà: dall’eurozona all’Europa”, moderata dal vicedirettore del Tg1, Gennaro Sangiuliano, nella quale esponenti di governo, come i vice ministri Stefano Fassina (Pd) e Luigi Casero (Ncd), si confronteranno con esponenti politici critici rispetto all’attuale assetto europeo, come Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) e Gianni Alemanno (Movimento Prima l’Italia)