mercoledì 8 giugno 2011

Anche in Svizzera le donne scendono in piazza. Per chiedere la parità salariale

 Il "se non ora quando" in versione elvetica andrà in scena il 14 giugno. "I posti di lavoro malpagati e le cattive condizioni di lavoro sono molto più frequenti tra le donne che tra gli uomini. In barba alle leggi"
LUGANO (Svizzera) – Le donne in movimento chiedono la parità salariale. È fissata per il 14 giugno la grande manifestazione delle lavoratrici svizzere, che scenderanno in piazza in tutta la Confederazione per chiedere la parità di trattamento nel mondo del lavoro. Spinte da una rinnovata coscienza di genere, al grido di “Se non ora quando”, da questa parte del confine le donne si erano già mobilitate lo scorso 13 febbraio, quando dalle piazze italiane è stato gridato un secco “no” al modello di relazione tra donne e uomini, un modello lesivo della dignità delle donne ostentato anche da alte cariche dello Stato.

I presupposti della protesta svizzera del 14 giugno sono differenti, ma non per questo meno rilevanti. Qui non è la dignità nella rappresentazione dell’immagine femminile o dell’idea della donna a essere in discussione. Forse c’è qualcosa di ancora più profondo e radicato. La Svizzera, ad esempio, è l’ultimo tra gli stati occidentali ad aver riconosciuto il suffragio universale femminile (nel 1971), qui il principio dell’uguaglianza salariale è sancito solo dal 1981. Ma le differenze rimangono, anche dove formalmente esistono leggi, rispetto e dignità. Così martedì prossimo le donne svizzere saranno in piazza e chiederanno a viva voce che la parità tra i due sessi diventi finalmente una realtà concreta. “Nell’arco degli ultimi anni abbiamo ottenuto alcuni miglioramenti – spiegano Roberta Bonato e Francesca Scalise, sindacaliste e organizzatrici della manifestazione in Canton Ticino -, ma resta ancora tanto da fare”.

Al grido di “finiamola con la finta parità!” spiegano che il problema della diseguaglianza tra uomini e donne è più che mai attuale: “Sono trascorsi 30 anni dall’iscrizione dell’articolo sulla parità nella Costituzione federale, 20 dallo sciopero delle donne e 15 dall’entrata in vigore della Legge sulla parità dei sessi, ma 280 mila donne continuano a guadagnare meno di 4000 franchi al mese (circa 3250 euro, ndr) pur lavorando a tempo pieno – entra nel dettaglio Roberta Bonato -. I posti di lavoro malpagati e le cattive condizioni di lavoro sono molto più frequenti tra le donne che tra gli uomini. In barba alle leggi, in Svizzera le donne guadagnano in media il 20% in meno degli uomini. È uno scandalo! Unia si batte contro queste disparità e rivendica un aumento dei salari femminili, la realizzazione della parità salariale e un miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne”.

Stando ai dati diffusi dal sindacato Unia, in Svizzera ogni donna dovrebbe guadagnare in media 14 mila franchi in più l’anno (11400 euro, ndr) per raggiungere la parità con gli uomini: “In termini assoluti una donna in Ticino deve lavorare 15 mesi per ottenere lo stesso stipendio annuo di un uomo, una disparità che si appesantisce maggiormente nelle fasce salariali più basse – continua la sindacalista -. Negli ultimi 40 anni il divario tra i salari femminili e maschili non si è praticamente ridotto, con lo stesso ritmo ci vorrà ancora un secolo prima di riuscire ad affermare la parità salariale”. Il volantino che pubblicizza l’evento del 14 giugno invita tutte le lavoratrici a partecipare vestendosi di rosa, lilla o fucsia. Si sono date appuntamento in piazza Dante, nel centro di Lugano, soffieranno nei fischietti, stenderanno in piazza i panni sporchi della discriminazione, allestiranno bancarelle informative e nel corso del pomeriggio daranno vita a momenti di dibattito, con musica e interventi a sostegno della lotta per la parità.

Oltre che per la parità dei salari e i salari minimi, si manifesterà anche per chiedere asili nido e strutture di accoglienza, per avere migliori possibilità di conciliare famiglia e lavoro e per un’organizzazione del lavoro che permetta agli uomini di occuparsi della famiglia. Nell’elenco delle rivendicazioni non mancano anche argomenti che esulano dall’ambito ristretto del mondo del lavoro, come la lotta senza esitazione contro ogni forma di violenza e di molestie sessuali e la soppressione di ogni forma di sessismo, anche a livello di linguaggio, fino al rispetto delle donne e del loro corpo nei media e nella pubblicità. Le donne svizzere chiedono anche una maggiore rappresentazione delle donne nelle istituzioni politiche, anche se giova ricordarlo, su questo piano in Svizzera siamo avanti anni luce: il presidente della Confederazione è una donna, Micheline Calmy-Rey (e non è una show girl).

Cori pro referendum al teatro greco di Siracusa

Il MANIFESTO DEL TRENO DELLE DONNE PER LA COSTITUZIONE

   
pubblicata da Nella Toscano il giorno mercoledì 8 giugno 2011 alle ore 10.40
 L’Idea del Treno delle donne per la Costituzione alla volta di Roma per presidiare il Parlamento a difesa della Costituzione è nata, a seguito dell’annunciata modifica dell’art. 1 della Costituzione, dal confronto tra le donne della Rete delle Donne Siciliane Per la Rivoluzione Gentile, che è la Promotrice!
Nessuno si era ancora spinto al punto di chiedere la modifica della prima parte della nostra Costituzione e questo, naturalmente, per noi è stato un campanello di allarme da non sottovalutare, che ci ha portate di getto a lanciare questa importante iniziativa.
Noi donne, oggi più che mai, sentiamo l’obbligo di accompagnare la società verso un futuro diverso, riteniamo, infatti, che la nostra presenza e la nostra partecipazione attiva potranno restituire tutto quanto fino a oggi è mancato alla cultura politica del Paese.
Siamo numericamente maggioranza nel Paese e nessuno deve pensare di poter modificare la Costituzione senza la nostra condivisione.
Vogliamo essere portatrici di legalità, giustizia e laicità e questo ci porta a difendere la nostra Costituzione che è garanzia imprescindibile per l’affermazione di questi principi.
Questa battaglia vogliamo farla insieme a quanti ci credono, uomini e donne, che hanno a cuore la difesa della Costituzione.
Un treno dal Nord ed un treno dal Sud che porterà a confluire a Roma le cittadine di questo Paese e dei cittadini che condividono questa battaglia, per unire le donne del Nord e Del Sud, per ribadire la volontà di pensare all'Italia unita, democratica, Repubblicana, che trova nelle donne una forza viva, creativa, fonte di cambiamento, che sentono vitale ed imprescindibile questa battaglia, per andare a presidiare il Parlamento Italiano a cui va lanciato un messaggio forte e chiaro:
La Costituzione è di tutti Gli Italiani e le Italiane e non si tocca!
Gli Italiani hanno già bocciato a maggioranza con il Referendum del 2006 le scellerate riforme volute dalla destra e non si può far finta che ciò non sia successo e tornare allegramente a stravolgerla!

domenica 5 giugno 2011

FACCIAMO NASCERE UN PARCO.wmv

Dieci ragioni per i referendum

Furio Colombo
5 giugno 2011
 
C’è un curioso rapporto fra referendum e democrazia. Se in un Paese il referendum è facile, nel senso che è stato pensato come strumento naturale degli elettori, come garanzia, controllo, partecipazione e non come disturbo e sfida ai politici, allora la burocrazia è disponibile, le verifiche sono rapide e precise, i numeri richiesti (le firme, la partecipazione al voto) sono ragionevoli, e nessuno considera oltraggio l’uso frequente del referendum.

Il lettore, a questo punto, si è accorto che non sto descrivendo l’Italia, né ora, né ai tempi di cui a volte, a causa di Berlusconi, si finisce per essere impropriamente nostalgici. Pensavo, ovviamente, agli Stati Uniti e alla Svizzera, dove il referendum è uno strumento in più e non un ingombro buttato lì di tanto in tanto da menti stravaganti, per la democrazia.

Si è spesso detto che il “cattivo nome” dei referendum in Italia, non solo presso i politici ma anche tra i cittadini, è colpa dei Radicali, che ne hanno abusato, perché ne hanno spesso voluti troppi. Qualcuno evidentemente ha dimenticato che l’Italia ha fatto il primo passo verso l’era contemporanea con il referendum sul divorzio e poi sull’aborto. Di qui la lunga battaglia su e intorno ai referendum, condotta in solitario dai Radicali (Pannella, anche adesso, da 45 giorni, è impegnato nel suo “solito” sciopero della fame per la legalità).

Gli ultimi anni, il potere che sembrava perenne di Berlusconi, nuove e baldanzose offensive della Chiesa contro i cittadini e la loro pretesa di pensare e decidere in libertà, hanno riportato interesse sull’istituto del referendum, pur senza raccordi con il nobile passato che ha avuto, nella vita pubblica italiana, questo svilito ed essenziale strumento di democrazia. Ed ecco dunque i quattro referendum (il quarto, quello sull’energia nucleare, appena restituito ai cittadini da una decisione chiara e netta della Corte di Cassazione, altro grande cambio di stagione rispetto al passato) che stanno per avere una grande importanza nella vita italiana, molto più che nei partiti e nella contrapposizione di schieramenti politici.

Come è noto si vota per l’acqua (pubblica o privatizzata?), sul “costo dell’acqua” (profitto o servizio ai cittadini?) sull’energia nucleare (sì o no?), sul legittimo impedimento, che vuol dire il diritto del capo del governo e dei suoi ministri di dire no ai giudici (nel senso di “non ho tempo, ho cose più importanti da fare”). I quesiti sembrano i titoli di quattro racconti per spiegare senso e valori di una comunità democratica. Ma la questione del significato politico di far riuscire o fallire un referendum (tutto dipende dal 50 per cento più uno di coloro che si presentano alle urne) suggerisce di insistere. Ecco dieci ragioni.

1. La prima e prevalente ragione di partecipare dipende dalla famosa questione del quorum. Inutile continuare a lamentare arbitri e inadeguatezze della classe politica se poi si rinuncia all’occasione esemplare di far valere il proprio libero giudizio.

2. La domanda sull’acqua ci porta a un punto alto ed estremo della vita democratica. Si può privatizzare un bene che è il simbolo più alto di ciò che è irreversibilmente di tutti? I percorsi per farlo (privatizzare l’acqua) sono molti e insidiosi. Il più tipico è l’inganno, dire che non si privatizza affatto, ma si rende migliore l’uso del servizio per il bene di tutti. È lo stesso inganno con cui la destra americana ha privato di assistenza sanitaria quasi quaranta milioni di poveri e di anziani, spesso con il voto e il sostegno delle stesse persone che stavano per essere abbandonate.

3. Negli ultimi venti anni tutte le democrazie industriali sono state investite dal vento della privatizzazione e dalla predicazione secondo cui, una volta privatizzato, un settore migliora e gli utenti o consumatori ne beneficiano. Il mito della privatizzazione è l’altra faccia del mito della deregolamentazione, sempre fallita. Basti pensare a ciò che è successo nei trasporti aerei degli Stati Uniti: sempre meno servizi e sempre più costosi per i cittadini, sempre meno lavoro e sempre meno pagato, per il personale di volo.

4. La questione del prezzo “conveniente” dell’acqua non è solo per tecnici. Si tratta di decidere se si vuole un mondo nel quale le cose si fanno solo se convengono (“se sono remunerative per il capitale”) oppure si fanno perché sono dovute. Questa domanda, apparentemente neutrale e legata al buon senso, tocca in realtà un principio fondamentale della democrazia, ovvero i diritti inalienabili. La grande e possente talpa della destra economica cerca punti di penetrazione dove non vi sia adeguata sorveglianza dei cittadini. Dunque attenzione a ciò che state facendo. Vogliono da voi un segnale sbagliato per poi rispondere che con il mercato non si può discutere.

5. Il “legittimo impedimento” garantito a un personaggio importante è un diritto in meno per i cittadini che non sono più uguali. È una crepa che spacca e corrompe il sistema giuridico in due punti essenziali. Rende sterile l’autonomia della magistratura. Crea un super-cittadino dotato di poteri e garanzie che lo fanno speciale.

6. Ma il legittimo impedimento è anche, in sé, una offesa, un muro alzato fra potere e non potere, una discriminazione che sottrae ai cittadini dignità e uguaglianza e li definisce come inferiori. Fermare subito questa offesa è essenziale.

7. La questione dell’energia nucleare, così come è stata presentata in Italia, è un inganno. Meraviglia che persone di valore non abbiano visto l’inganno. I vantaggi che avrebbero potuto esserci con una conversione di due decenni fa non ci sono più perché i sistemi adottabili sono vecchi e in attesa di “nuove generazioni” che non arrivano. I rischi, che sono immensi, ci sono tutti. A cominciare dalle scorie, che sono indistruttibili.

8. Tutte le tecnologie portano rischi. Solo nel nucleare i rischi, quando si realizzano, sono disastro immenso e irrimediabile e creano dunque una categoria a parte nei problemi del bene e del male. Qui il male, quando c’è a causa di incidenti, è per sempre e senza via d’uscita.

9. Un punto indiscutibile, spaventoso e vero del rischio nucleare è il numero grande,
tendenzialmente senza limite, delle persone coinvolte. Un altro punto, altrettanto spaventoso e indiscutibile è il tempo: le conseguenze durano decenni. Dunque nessun governo può essere davvero in grado di governare una simile catena di eventi, come dimostra il ritiro dal nucleare di Paesi industriali come la Germania e come accadrà in Giappone.

10. Ma la ragione più importante per partecipare al referendum è il potere di decidere dato ai cittadini su questioni essenziali. Rinunciare è un delitto contro la democrazia.

Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2011

mercoledì 1 giugno 2011

La Corte di Cassazione ha deciso di ammettere il terzo quesito referendario sul nucleare!!!!!!!!

1 giugno 2011. La Corte di Cassazione ha deciso di ammettere il terzo quesito referendario sul nucleare, sul quale si voterà il 12 e il 13 giugno prossimi. L'ufficio elettorale della Corte di Cassazione ha stabilito, infatti, che le modifiche apportate dal governo alle norme sul nucleare non precludono la celebrazione della consultazione popolare, confermando, quindi, che i cittadini potranno esprimersi anche sul quesito depositato a suo tempo dall'Idv, che resta in campo assieme agli altri tre, due sull'acqua e uno sul legittimo impedimento di premier e ministri a partecipare alle udienze.Il Comitato "Vota Sì" per fermare il nuclearè, oltre 80 associazioni a favore del referendum contro il ritorno all'atomo, plaude alla decisione della Corte, che «ha arginato i trucchi e gli ipocriti "arrivederci" al nucleare e ha ricondotto la questione nell'alveo delle regole istituzionali, contro l'inaccettabile tentato scippo di democrazia». Secondo le associazioni «oggi ha vinto lo spirito democratico e referendario, hanno vinto gli italiani, che potranno esprimersi e cacciare definitivamente lo spettro del nucleare dall'Italia».