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mercoledì 29 gennaio 2014
domenica 26 gennaio 2014
Renzi, i partiti azienda e la caduta degli dei - Il Fatto Quotidiano
Renzi, i partiti azienda e la caduta degli dei - Il Fatto Quotidiano
Si è diffusa la persuasione che politica è dirigere senza rendere conto. È in questa ansa del fiume che si collocano prima il craxismo e poi il berlusconismo, dove l’intera logica di politica e di governo è dentro il club, ed è del tutto “separata dal popolo” ovvero dai cittadini, dalla gente. Niente, allora, può tenere a bada il berlusconismo che incarna esattamente lo spirito del tempo: la politica spetta ai politici che hanno diritto di incassarne i proventi. Conviene agli oppositori ignorare problemi enormi come il conflitto di interessi (per non parlare di reati minori come la compravendita di giudici e senatori). Conviene a Berlusconi fare spazio (almeno col silenzio) agli interessi dei colleghi rivali. Per durare così a lungo, al mondo moderno e post comunista di Berlusconi non basta la cooperazione di chi è fin troppo felice di non essere più comunista. Ha bisogno di una forte dose di ipnosi, una ipnosi simile alla religione, che ha sostenuto e salvato i peggiori governi della Chiesa.
Berlusconi aveva, e ha usato, la ricchezza come fede (se sono ricco io potete anzi dovete esserlo voi) e la televisione come rito. Chissà quanto ancora sarebbe rimasta aperta questa chiesa, senza la scossa brutale dell’Europa e del resto dell’Economia occidentale, dal momento che in Italia non c’era (e, come si è detto, non poteva esserci) opposizione. Arriva Monti. E Monti (terzo strato di élite) ha fallito non perché non ha retto al confronto con la statura dei Cuccia, dei Mattioli e dei Ciampi che lo hanno preceduto. Ha fallito perché è arrivato in una landa desolata priva del tutto di legami e fiducia fra classe dirigente e popolo. Per questa ragione ogni suo atto riparatore è sembrato estraneo,lontano, pura punizione.
Poi arrivano Letta e Renzi. E subito ci accorgiamo che ogni dettaglio della loro vita pubblica riguarda la vita pubblica, riguarda la politica che coincide con la loro vita quotidiana e il loro personale destino, riguarda l’altro in quanto competitor, riguarda i partiti in quanto contenitori delle formule ed espedienti con cui si vince o si perde. Non riguarda mai ansie e paure di tutti. Non riguarda mai le fabbriche che chiudono o che partono, persino se sono fabbriche fondamentali per il Paese. Non si rivolge mai alla gente che vota. Avere fede in questi nuovi leader e aspettarsi da loro il cambiamento (che non sia un cambiamento organizzativo, personale e interno al contenitore partito) è come andare in gita al grande reattore nucleare in cui hanno scoperto il bosone di Higgs per dire la tua. Sai che è roba grossa, ma non c’entri niente.
E persino quando irrompono in scena i Cinque stelle, la gelida solitudine si conferma e si ripete. Grillo, gridando e sgridando, occupa da solo tutto lo spazio, come Berlusconi, come Renzi. Parla solo lui, partendo da se stesso e arrivando a se stesso. Ognuno dei nuovi leader del terzo strato di élite ha come grido di guerra “Tutti a casa”, intendendo tutti meno chi parla, e un gruppo di stretti, obbedienti discepoli. Vince colui che spande paura su quello che potrà accadere alla casa, alla fabbrica, al Paese, se non gli obbedisci. Ora che Renzi appare all’improvviso come un probabile vincitore, dobbiamo chiederci: qual è la differenza fra De Gasperi e Renzi? È che qui, adesso, tutto è aziendale. Si svolge esclusivamente all’interno e nell’interesse di strane aziende dette partiti, che comunicano solo tra loro (un partito con l’altro) e fra dirigenti. In queste aziende-partito Stato e cittadini sono chiamati a investire tutto. Ma non sanno se ci saranno mai dividendi. Onestamente non li hanno neppure promessi. Tutto qui ciò che possono fare per noi i nuovi dei? Tutto qui.
Legge elettorale, l'appello dei giuristi: "Italicum peggio del Porcellum, fermatevi" - Il Fatto Quotidiano
Al centro delle critiche dei costituzionalisti all’Italicum, ci sono “l’enorme premio di maggioranza” e la mancanza delle preferenze. Ma anche “un altro fattore compromette ulteriormente l’uguaglianza del voto e la rappresentatività del sistema politico, ben più di quanto non faccia la stessa legge appena dichiarata incostituzionale: la proposta di riforma prevede un innalzamento a più del doppio delle soglie di sbarramento“. Insomma, secondo i firmatari dell’appello “l’abilità del segretario del Pd è consistita, in breve, nell’essere riuscito a far accettare alla destra più o meno la vecchia legge elettorale da essa stessa varata nel 2005 e oggi dichiarata incostituzionale”. Di conseguenza, icostituzionalisti “esprimono il loro sconcerto e la loro protesta” per una proposta di legge che rischia una “nuova pronuncia di illegittimità da parte della Corte costituzionale e, ancor prima, un rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica“.
Legge elettorale, l'appello dei giuristi: "Italicum peggio del Porcellum, fermatevi" - Il Fatto Quotidiano
Legge elettorale, l'appello dei giuristi: "Italicum peggio del Porcellum, fermatevi" - Il Fatto Quotidiano
giovedì 23 gennaio 2014
La democrazia non si taglia
L'Unità
23 gennaio 2014 - 1 Commento »
Nadia Urbinati
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E per esistere, poiché coloro che praticano la democrazia sono ordinari cittadini che vivono del loro lavoro, deve mettere in conto di usare i soldi pubblici per far fronte alle sue spese di funzionamento. La politica è un bene pubblico che si autoalimenta con i soldi dei suoi cittadini. Non c`è spreco in questo. Se ci sono sprechi (e ce ne sono certamente), questi devono essere cancellati, eliminando i comportamenti inutili o male organizzati non «tagliando la politica».
Il Senato non è uno spreco e non è rubricabile tra le spese da eliminare, neppure da parte dei riformatori, se è vero che verrebbe più che eliminato, sostituito con un diverso Senato. Se lo si cambia non può essere quindi perché costa troppo. Dunque, eliminarlo perché? E sostituirlo con che cosa?
Circola nei media l`idea (con pochi argomenti ragionevoli e nessun contro argomento) che il bicameralismo sia un orpello ereditato dal passato, dal liberalismo ottocentesco che lo ha desunto dalla tradizione anglosassone, la quale fece con esso la sua battaglia contro i rischi di nuova tirannia della maggioranza parlamentare. Il bicameralismo è nato con lo scopo di limitare il potere elettivo mediante la lentezza, contro l`argomento sofistico dell`emergenza e della velocità decisionale (lasciateci governare, diceva Berlusconi quando era a Palazzo Chigi).
A leggere le note in favore dell`abbandono del bicameralismo sembra di essere tornati sulle barricate giacobine, se non che a proporlo oggi sono tutt`altro che radicali o comunisti: semmai sono leader plebiscitari che vogliono rafforzare il potere dell`esecutivo sfoltendo sia le assemblee legislative (riduzione del numero dei parlamentari) sia il numero dei partiti rappresentati in assemblea (con un sistema elettorale che rappresenti prima di tutto la maggioranza). In sostanza, un sistema mono-assemblea con non più di 400 o 450 deputati espressione idealmente di due partiti o poco più: questa è l`ingegneria nella quale si inserisce la volontà di abolire il Senato della Repubblica. Una replica a livello nazionale del governo dei sindaci che godono di un potere simile per intensità a quello di un amministratore delegato, e nessun consiglio comunale può controllare efficacemente o fermare, perché la sua piccola opposizione può difficilmente fare da argine alla volontà della maggioranza. Il costi del Senato della Repubblica non sarebbe annullati come si è detto ma impiegati per rendere possibile un Senato delle autonomie, che non dovendo condividere con la Camera dei deputati il potere di dare e togliere la fiducia al governo, non dovrebbe né potrebbe essere formato con suffragio diretto. Il voto dei cittadini non può infatti essere all`origine di due Camere ineguali in potere; pertanto la proposta di un Senato delle autonomie si combina a quella della sua formazione per voto indiretto. Parte dei senatori deriverebbero dai Consigli regionali o dalle aree metropolitane (quando ci saranno) o da altri organi di governo dei territori. Insomma la crisi delle istituzioni democratiche – di cui lamentiamo da anni la gravità – verrebbe risolta togliendo potere diretto ai cittadini e aumentando i poteri indiretti di quei cittadini che hanno già funzioni pubbliche.
Si porta a modello la Germania che ha una camera dei Under (Bundesrat) i cui membri non sono eletti a suffragio universale diretto ma sono esponenti dei governi dei vari Under e inoltre vincolati al mandato ricevuto dai loro governi locali di cui sono parte, in violazione del generale principio del divieto di mandato imperativo. Tuttavia, non si tiene contro del fatto la Germania ha mantenuto questa sua tradizione dall`Ottocento e non ha fatto marcia indietro dal voto diretto a quello indiretto, come invece faremmo noi. La questione è anche di ragionevolezza e prudenza politica: si può dire agli italiani di devolvere il loro potere di nomina a funzionari ed eletti locali? È il risparmio una ragione sufficiente per rispolverare il voto indiretto?
Il metodo dell`elezione indiretta ebbe successo nell`Ottocento come argine alla democrazia. Il liberale Benjamin Constant lo suggerì per questa ragione, volendo contenere l`egualitarismo che il diritto di suffragio portava con sè. La proposta si attirò prevedibilmente la critica di generare e proteggere un`oligarchia, di dar vita a una classe di notabili o di auto-referenziali, un club di cittadini con più potere. Inoltre non si può non mettere in conto un incremento di sprechi e corruzione, come mostra la storia degli Stati Uniti, i quali avevano all`origine un Senato nominato dagli Stati che divenne in pochi decenni un luogo di grandissima corruzione, traguardo per politicanti e interessi locali famelici. E così alla fine dell`Ottocento gli Stati Uniti si risolsero a restituire il potere elettivo ai cittadini per toglierlo ai potentati locali. Insomma, chi in Italia si ostina a legare questa riforma all`abbattimento dei costi della politica usa essenzialmente un argomento retorico.
Per valutare l`opportunità di riformare le istituzioni occorrerebbe avere come idea regolativa 1` accountability democratica (il rendere conto a coloro che eleggono). Se il nostro scopo è di rendere il sistema delle istituzioni più, non meno, coerente con i principi democratici allora non si comprende perché dobbiamo prendere questa strada. Ecco quindi che la questione «perché ci proponiamo questa riforma» diventa cruciale, un canovaccio interpretativo delle proposte e una guida di selezione delle stesse. L`elezione indiretta del Senato non sembra essere la strada giusta. Se dobbiamo riflettere sull`accusa di autoreferenzialità rivolta alla classe (casta) politica in questi anni e che ha tante parte nei sentimenti antipolitici diffusi, allora risulta difficile da giustificare una proposta che va addirittura nella direzione di costituzionalizzare la formazione di livelli gerarchici di cittadinanza elettorale.
Renzi e Berlusconi: la democrazia ridotta a farsa
Il re è nudo. Con le sue ultime iniziative, e le comunicazioni ad esse relative, Matteo Renzi si disvela, anche agli occhi annebbiati di quanti avevano voluto dargli fiducia: l'incontro con il pregiudicato e condannato e pluri-inquisito Berlusconi, ormai giuridicamente esterno al Parlamento, e in procinto di essere assegnato ai servizi sociali come sostituto della galera (per aver superato i 70 anni di età) era un dato inquietante di per sé.
L’avere poi invitato l’uomo più corrotto dell’Italia d’oggi, e insieme il più grande corruttore della storia patria, alla sede del Partito Democratico (erede del PCI, non dimentichiamo, malgrado gli innesti democristiani e di qualche frammento laico e socialista), aggiungeva la ciliegia che mancava alla torta. I crepitii delle lampade al quarzo dei fotografi, con intervistatori pronti a ghermire una dichiarazione o un lacerto di frase scambiata dai leader e i loro accompagnatori, sottolineavano l’importanza del fatto, trasformato subito in evento: mediatico, dunque politico. Ed era un primo risultato utile per Berlusconi. E il popolo di sinistra incassa. Compresi i tre-milioni-di-votanti ai quali Renzi si aggrappa, come Berlusconi ripete il conteggio dei propri nove milioni, scambiando l’uno e l’altro i voti per consenso (alle “primarie” poi! Dove bastavano i due euro, a chicchessia, compresi i militanti di Forza Italia, per esempio, per dare la preferenza a Renzi, contro i suoi competitors. Ma lasciamo andare…).
La “vergogna” dichiarata da Stefano Fassina, voce poco ascoltata nel PD, è stata comunque condivisa da qualche centinaio di migliaia di italiani e italiane, eredi della tradizione comunista. Pochi, comunque, perché dentro e fuori, ossia intorno al Partito Democratico, l’idea che “con Renzi si vince” è ancora dominante. Ma vincere cosa? E vincere per quale scopo? E su quale programma? Di programmi veri Renzi non ne ha mai presentati, se non questa beceraggine della riforma istituzionale e costituzionale, preceduta dalla cosiddetta riforma elettorale, che è la classica toppa peggio del buco.
Insomma, il berlusconismo trionfa. Matteo appare oggi il vero erede di Silvio: le proposte su cui si profila l'intesa PD-FI sono agghiaccianti, ma altro non sono che il punto d’arrivo (per ora, ma chissà che cosa ci toccherà ancora vedere in futuro) di un tragitto politico che viene dall’era del CAF, dal principio degli anni Ottanta, e in specie da Bettino Craxi, il primo devastatore della democrazia italiana, e insieme il primo avversario della sinistra, al quale poi più avanti una mano robusta diede il picconatore Cossiga. Mentre fra gli eredi del Partito comunista, poi PDS, poi DS, poi PD, con la pseudo fusione con i cattolici etc., fu tutta una gara prima a rinnegare il passato, poi a inventare un futuro a partire da nomi poco compromettenti (Gandhi, Luther King, Kennedy…), da riferimenti teorici bislacchi quanto generici (ma innocui agli occhi dell’elettore non di sinistra), da programmi politici che cancellavano diritti e riducevano libertà: il tutto sotto l’ombrello della “modernità”.
E in questo quadro, in parallelo alla governabilità e quasi come suo sinonimo, spuntò il fiore velenoso del maggioritario: ricordo amici e compagni che votarono a favore. “Basta con tutti ‘sti partiti e partitini…!”, da tante bocche risuonò il grido liberatorio. Era la democrazia moderna che avanzava. Ecco dove ci ha condotto. Mentre, come ha ricordato recentemente Luciano Canfora (l’Unità, 19 dicembre 2013), che un po’ se ne intende, la democrazia non può che esplicarsi attraverso un sistema di voto proporzionale: oggi basta sentire un qualsivoglia tg, per cogliere volgarissimi sarcasmi contro “gli irriducibili del proporzionalismo”, quasi un residuato bellico da bonificare per mettere in sicurezza il sacro suolo della patria italiana che si avvia alla “Terza Repubblica” (l’espressione è renziana, of course). Una Repubblica che, a dispetto delle pessime prove fornite finora, una volta ancora alla nefasta idea del “bipolarismo”, tanto cara a Veltroni. Lo scenario che si profila è quello di due partitoni che, grazie a una legge scellerata avranno fatto il vuoto intorno a sé, eliminando quelli che sprezzantemente vengono chiamati “i cespugli” delle forze politiche minori: PD e PDL, due partiti padronali, gestiti autoritariamente, privi di qualsivoglia differenza, unificati da quella “profonda intesa” che è stata, in fondo meritoriamente, rivelata da Matteo Renzi.
Con il suo stile sbarazzino, sempre più duro (e pure un po’ acido), in realtà, e sempre meno scherzoso anche se non rinuncia alla battuta (come quella in risposta a chi ha criticato il suo incontro con Berlusconi: “con chi dovevo discutere? Con Dudù?”, in riferimento all’ormai celebre cagnetto della “fidanzata” di Berlusconi), Renzi porta avanti il proprio disegno all’insegna della pura conquista del potere e di gestione oligarchica dello stesso: leaderismo populistico autoritario, tanto di Matteo, quanto di Silvio. Due “battutisti” che recitano la parte del giovanilismo d’assalto: il ragazzo di Firenze e il sempreverde lombardo, di cui del resto ci fu garantita l’immortalità. La dimensione giovane comporta velocità: la democrazia è slow, la governabilità è fast. I conservatori procedono slowly, i riformatori vanno fastly e quickly. A Renzi bisognerebbe ricordare che la velocità favorisce gli incidenti. E che i giovani invecchiano, molto più rapidamente di quanto una certa cultura del maquillage e della palestra possa far loro credere.
Ma Renzi procede, spedito, sicuro, imperterrito. Il giovanottello di quartiere ha già assunto il tono del piccolo duce. Quanto rimane da distruggere? Ancora un bel po’. E chiede il consenso del suo partito per farlo, forte della propria spregiudicatezza e della propria facondia, che spesso lo fa dire e contraddire se stesso, come l’improvviso abbandono della campagna per restituire all’elettore la facoltà di scegliere i suoi rappresentanti, un mantra che ci ha accompagnato nelle settimane scorse ma anche lungo tutto il 2013. Ora ha cambiato linea, ma non lo segnala; conta sulla smemoratezza del popolo italiano. E si avventura in affermazioni temerarie, come questa: la proposta di cambiare il ruolo del Senato (trasformato nella cosiddetta "Camera delle autonomie", un'altra greve balordaggine), e in genere di manomettere l’intero Titolo V della Costituzione repubblicana, sarebbe (Renzi dixit) la "grande riforma costituzionale... attesa da 70 [settanta] anni". Peccato che la Carta costituzionale, discussa tra il 1946 e il 1947, sia entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Come dire, ancora prima di partorirla, e addirittura di pensarla, i Padri costituenti stavano meditando di cambiarla. Largo alla nuova ignoranza. Del resto la cultura, come la democrazia, è slow. Noi siamo moderni: siamo fast. E la storia, poi, è inutile: va da sé.
Sgomenti, e forse speranzosi, in tanti hanno atteso la Direzione del PD. Con “linguaggio da piccolo cabotaggio di provincia” (come scrive Luca Michelini nella newsletter “Democrazia economica”), Renzi ha provato non solo a difendere l’intesa col Cavaliere, ma ne ha rivendicato i meriti, sostenendo che per tal via il PD si emancipa dalla egemonia culturale berlusconiana. Un genio, non c’è che dire! E ha insistito rudemente sul fatto che l’accordo non si discute, né si può cambiare in alcun modo, nel dibattito parlamentare. O con me, o contro di me: che vuol dire, naturalmente, ha chiosato con sicumera, contro tre milioni di italiani… Abbiamo sentito il dissenso di Cuperlo, moderato nella forma, abbastanza fermo nella sostanza. Attendiamo gli altri “non renziani” al varco. Credo che la sola cosa giusta da farsi, per la cosiddetta “opposizione interna” nel fatidico 20 gennaio 2014, davanti al discorso del leader, sarebbe stato alzarsi dalle poltrone e riunirsi immediatamente in un cinema, un teatro, una piazza, e proclamare la nascita di un nuovo partito. Con Berlusconi, direttamente o indirettamente con i suoi cloni, non si fanno accordi.
Si è sbagliato ad accettare il diktat di Napolitano verso l’infame quanto inefficiente “governo delle larghe intese” (e Renzi continua a usare quella intesa come prova che la sua con il nemico è lecita), sarebbe diabolico perseverare e, senza neppure il ricatto della necessità di “dare un governo al Paese”, accettare che Berlusconi diventi, di fatto, il capo del partito erede (indegno, ma pur sempre erede, anche amministrativo) del PCI. Anche se in fondo sarebbe una bella storia da raccontare…
(21 gennaio 2014)
martedì 21 gennaio 2014
Recensione al libro "Uscire dal passato per entrare nel Futuro"
di Mariangela Pace
Allen mi ha accompagnato in un viaggio nella recente storia del nostro disperato paese. Ritrovarsi nelle sue parole, nelle sue lotte per cambiare un sistema di potere marcio e ipocrita che è presente ovunque, nelle istituzioni, nella PA, nelle imprese.
Le parole cambiamento, impegno, lotta sono presenti in ogni pagina del tuo libro, parole ricche di autenticità, di passione, di dignità. Sono i segni distintivi di Allen e noi sappiamo come sia difficile per una donna farle proprie e vivere la propria vita con coerenza; ci vuole coraggio tanto coraggio, perché il potere come affermi nel tuo libro " non ama essere disturbato", perché il potere non premia il merito ma l'appartenenza.
Allen non si vive addosso, affronta le difficoltà a testa alta in una terra difficile di ombre e luci...grazie carissima Nella per le emozioni che mi hai donato e per ricordarci con il nostro amato Danilo Dolci che "sapere inventare con gli altri in modo organico, il proprio futuro, è una delle maggiori riserve di energia rivoluzionaria di cui il mondo possa disporre"
Mi piace pensare che ne saremo capaci.
Un abbraccio grande
Allen mi ha accompagnato in un viaggio nella recente storia del nostro disperato paese. Ritrovarsi nelle sue parole, nelle sue lotte per cambiare un sistema di potere marcio e ipocrita che è presente ovunque, nelle istituzioni, nella PA, nelle imprese.
Le parole cambiamento, impegno, lotta sono presenti in ogni pagina del tuo libro, parole ricche di autenticità, di passione, di dignità. Sono i segni distintivi di Allen e noi sappiamo come sia difficile per una donna farle proprie e vivere la propria vita con coerenza; ci vuole coraggio tanto coraggio, perché il potere come affermi nel tuo libro " non ama essere disturbato", perché il potere non premia il merito ma l'appartenenza.
Allen non si vive addosso, affronta le difficoltà a testa alta in una terra difficile di ombre e luci...grazie carissima Nella per le emozioni che mi hai donato e per ricordarci con il nostro amato Danilo Dolci che "sapere inventare con gli altri in modo organico, il proprio futuro, è una delle maggiori riserve di energia rivoluzionaria di cui il mondo possa disporre"
Mi piace pensare che ne saremo capaci.
Un abbraccio grande
mercoledì 15 gennaio 2014
E' saltato il coperchio anche in Sicilia!!!
15 gennaio 2014 alle ore 18.05
Un'autentica vergogna che non sta risparmiando nessuno. Quello che viene fuori con tutta la sua potenza devastante è il degrado etico e morale di questa classe politica che ha sgovernato e sgoverna la Sicilia.
La Magistratura scoperchiando anche questa pentola ha fatto emergere un quadro devastante della Sicilia, che va a chiudere quello venuto fuori nel resto dello stivale.
Da nord a sud l'Italia sta affogando nella corruzione.
Non si salva nessuno, centro, destra e sinistra sono uguali.
Chi ha avuto ed ha il potere e gestisce denaro, non importa il colore o il luogo, delinque.
Questo coperchio in Sicilia è saltato per ultimo, eppure nessuno poteva pensare che qui fosse meglio che altrove.
Infatti, come vediamo, è anche peggio.
Strano che la Magistratura si sia arrivata così tardi, un fenomeno così dilagante non è improbabile che nessuno lo vedesse. I cittadini, come sempre, hanno voluto ignorare, hanno chiuso gli occhi, sperando di sedersi a tavola pure loro?
Quel che è certo è che quei pochi che non abbiamo voluto piegare la schiena siamo rimasti isolati. Peccato davvero, non per noi, ma per la Sicilia, che sta affondando, tra corruzione e dilettanti allo sbaraglio.
Che scene patetiche quelle dei vari deputati che cercano di giustificare l'ingiustificabile!!!
C'è chi dice che ha utilizzato i soldi del gruppo per fare politica ... forse non rendendosi conto che i soldi del gruppo servono per il gruppo non per fare politica i deputati. Questi giovanotti non hanno nemmeno la consapevolezza degli atti che compiono e questo è gravissimo.
Io credo che a questo punto l'unica cosa che ci rimane da fare è organizzarci per cercare di mandarli tutti a casa alle prossime elezioni, perché non è più tollerabile la presenza di questi individui dentro le Istituzioni.
La Sardegna insegna!
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